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giovedì 5 settembre 2013

Recensione: "La contessa nera", R. Johns

La-Contessa-nera-2

 

Quando ho comprato questo libro conoscevo già la famigerata contessa nera, quella sposa del diavolo che si diceva discendesse da Dracula e che facesse il bagno nel sangue delle vergini. Conoscevo di lei anche una versione meno leggendaria, quella di una nobildonna che torturava le giovani fanciulle per il gusto di infliggere sofferenza e che trovava perfino divertente escogitare nuovi supplizi per le sue vittime.

Date queste premesse, mi aspettavo un libro perverso, crudo, che indagava sottilmente la psicologia di un’assassina e che, proprio perché scritto in prima persona, usasse ellissi, omissioni e stratagemmi narrativi per riabilitare la figura della protagonista. E invece no. Ci sono ellissi, ci sono omissioni, ma inutili ad indagare la psiche di Erzsébet Bàthory. Certo, è ben scritto e cattura, ma allo stesso modo in cui avrebbe potuto catturare la vita infelice di qualsiasi nobildonna di fine ‘500. Potevo comprendere e giustificare uno smorzamento delle tinte violente e perverse della leggenda che parlano di una contessa vampira, una bevitrice di sangue e una strega che si dava alle orge e alla magia nera. Ma mi aspettavo che la sua crudeltà fosse illuminata da un’altra angolazione, che fosse vista nella luce della sua superbia e della sua nobiltà, magari anche dell’inevitabilità di quegli omicidi. Ma non avrei potuto indovinare, quando ho scelto questo libro, che questa efferatezza fosse completamente scomparsa, ad eccezione che in un paio di episodi, peraltro molto noti e che non potevano essere omessi dall’autrice.


"Non ho fatto nulla che non mi spettasse per diritto di sangue e di titolo, né al conte palatino né a nessun altro.” Fa dire Rebecca Johns alla nostra contessa, ed è una posizione che manterrà fermamente per tutto il romanzo. Mai nega gli omicidi, anzi li legittima. Ed è da questo spunto che mi aspettavo una buona abilità d’indagine e di narrazione: nel raccontare le vicende di un’assassina dal suo stesso punto di vista. Quella che doveva essere per lei un’arte del punire e dell’uccidere, invece, si intuisce appena.


Poteva essere qualcosa di superbo, uno di quei libri in cui non puoi non essere rapito dal cattivo. E invece non lo è. Non ci sono il sangue, l’atrocità e la ferocia di una donna che effettivamente aveva forti squilibri psichici e neurologici a causa dei rapporti incestuosi presenti nel suo albero genealogico.


La storia di Erzsébet Bàthory era un soggetto narrativo perfetto. Un’epoca storica meravigliosa, in un paese dagli scenari incantevoli, un personaggio spietato e superbo, contestato, discusso, dannato. Tutto questo banalizzato all’ennesima potenza in un romanzo storico femminile molto soft, ben scritto, con qualche lieve accenno alle oscure vicende che si consumano nelle segrete.


Dunque, non è propriamente storico-politico, né rosa, né gotico, né horror, neanche thriller: più che altro, la Johns prova a farci entrare nell’universo delle spose bambine, delle dodicenni date in mogli a uomini mai visti, delle immense magioni da gestire con tutti i problemi ad esse legati. E devo dire che ci riesce abbastanza bene. Per cui se avete voglia di leggere di tradimenti e amori sorti tra i collari di pizzo e i capelli acconciati delle dame seicentesche, magari vi potrebbe interessare.


Ve lo consiglio se e solo se non avete alcuna aspettativa di sorta sul magnifico quanto macabro personaggio di Erzsébet Bàthory.



Voto 2/5

martedì 26 luglio 2011

Sangue di dea


Sangue di dea è il mio secondo romanzo. Nelle pagine intrise di individualismo, emerge un'intensa analisi della mente umana nel suo scindersi tra natura animale ed entità divina. Vent'anni dopo L'Erede Perduto, le Terre originarie raccontano la storia di Danae, adolescente per metà dea e per metà umana. Ricattata e oppressa, Danae non si rassegna al destino che altri vogliono scrivere e vive una vita in fuga, braccata da chi vuole il suo sangue. Ma Sangue di dea è anche la storia di un amore che può elevare l’uomo alla più alta spiritualità o distruggerlo con la sua assenza. Sospesi tra le arcane Terre Originarie e il Mondo Equivalente, il nostro mondo, osserviamo personaggi e storie estratti da entrambi i mondi che si sovrappongono e si accavallano, mescolando i profili di New York o di Roma alle sconfinate pianure e alle selve misteriose di un’altra epoca.

L'Erede Perduto


L'Erede Perduto è l’epopea della profezia e della predestinazione, della ricerca di se stessi e del proprio posto nel mondo, della scoperta e della riscoperta degli aspetti più oscuri e terribili dell’indole umana. I personaggi sono tormentati, la protagonista in particolare, inquieti e sferzati dai colpi del destino. Dietro le vicende personali, tuttavia, si delineano i profili del dramma collettivo, degli orrori amari dell’imperialismo ricoperti dal sentore dolce delle cause umanitarie. Quando i nodi che intrecciano le vicende degli eroi finalmente si sciolgono, può tuttavia iniziare il secondo capitolo.
Spero abbiate gradito o gradirete la lettura.
Un abbraccio